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25.04.2019 – IL DESIGN DELLA PERFORMANCE: INTERVISTA A DDN FREE

25.04.2019 – IL DESIGN DELLA PERFORMANCE: INTERVISTA A DDN FREE

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Dalla penna di Claudio Moltani per DDN Free un’interessante intervista per far scoprire e capire cosa si nasconde dietro progetti complessi come quelli di industrial design.

L’INTERVISTA COMPLETA _

COS’È PER TE IL DESIGN

Ho capito chi ero dopo aver incontrato l’industrial design. Oggi questo è il mio mestiere. Quando si disegna in ambito industriale significa individuare l’intuizione estetica e funzionale capace di soddisfare un mercato molto competitivo che ha codici, regole, esigenze dei consumatori ben precise da leggere ed interpretare. Se la combinazione di tutto ciò ha una risposta di design perfetta, ci sono buone probabilità di successo. C’è una certa soddisfazione quando vedo che i prodotti disegnati dal mio studio arrivano a migliaia e migliaia di persone (l’industria ha sempre la prerogativa dei grandi numeri). Forse è in quei momenti che comprendo la portata di questa professione e la sua vera missione originaria. Questa scelta mi obbliga a concentrarmi soprattutto sullo sviluppo dell’idea che sta alla base di un prodotto per cercare sempre di innovarlo e sento di stare bene perché sono consapevole che sto tentando di dare il mio personale contributo per far fare al design, di volta in volta volta, un piccolo passo in avanti.

IL DESIGN DELLA PERFORMANCE.

Lo slogan che ispira il mio lavoro è composta da tre parole: Design Sport Attitude. È un mantra, la sottile linea rossa che attraversa e guida tutti i progetti che affronto, e che investe tutti i progetti. Un proposito che ho siglato per vagliare una convergenza di natura operativa e creativa. Mi riferisco a quell’insieme di valori che l’essere sportivi comporta: disciplina, concentrazione e motivazione per la ricerca della perfezione. Il frequente incontro con molti atleti in ambito progettuale mi ha dato la possibilità di cogliere il potere della ossessione per il miglioramento e non riesco più a rinunciare a ciò. Una ricerca del risultato vincente nella sfida progettuale soprattutto tra i numerosi paletti del briefing. Ma c’è di più, la ricerca di un risultato in grado di portare una conseguenza nel mercato, diventa particolarmente eccitante quando il percorso per arrivarci esce dagli schemi razionali aziendali e sorprende tutti.

LA RICERCA, IL SOGNO, LA RIFLESSIONE.

All’inizio era un sogno vedere i miei prodotti nelle vetrine dei negozi, come se fosse l’ultimo obiettivo. Oggi invece sento più la consapevolezza e la responsabilità che derivano da un’idea, da un gesto creativo che risponde ad esigenze e bisogni delle aziende e delle persone. Tuttavia se penso che mi retribuiscono per sognare credo che io stia vivendo già un sogno. Quando si desidera fare questo mestiere si devono avere grandi ambizioni. Nel tempo poi, si capisce che realizzare un’idea in grado di suscitare molte emozioni significa fondamentalmente soddisfare i sogni di qualcuno. E una grande responsabilità! Però, è nella ricerca che oggi trovo la mia comfortzone, lo ammetto. Ma come nei procedimenti deduttivi, per cercare una buona idea si attraversano stadi “spirituali” e momenti intuitivi, con la stessa eccitazione di un bambino quando cerca di scoprire qualcosa di nuovo. Perciò il miglior modo per essere competitivi è proporre soluzioni dall’alto valore tecnico ed emozionale (soprattutto empatico) misurandosi con la user experience che è la vera sorgente da comprendere per realizzare prodotti davvero innovativi.

IL PROGETTO NEL CASSETTO.

Ho cominciato lavorando come garzone in un’officina ed ho finito con la lode gli studi sul design, avevo ventisei anni ed ero affamato di cultura del progetto perché desideravo disegnare di tutto. In questo tratto di vita sono stato in mezzo a tutto ed ho fatto esperienza. Quindi il tessuto culturale in cui ci formiamo influisce il nostro dna: noi siamo ciò che già siamo stati, l’importante è saperlo o scoprirlo prima possibile. Io ci sono arrivato un po’ dopo, ma in modo più consapevole: nel frattempo avevo quarant’anni ed ho capito che il mio percorso migliore sarebbe stato nel design. Oggi quotidianamente lotto per restare lontano dalle banalità, per non sprecare il tempo, per essere migliore e non per accontentarmi. Sono affamato di una curiosità illimitata e ovunque mi trovo progettualmente, derubo con gli occhi tutto ciò che mi circonda. Quando gli studenti vengono a far colloquio, dico sempre loro di continuare a sognare ma di lottare per la propria dignità progettuale. Perché in quest’epoca che con rapidità si è tecnologicamente evoluta è necessario misurarsi su terreni diversi con lo stesso rigore progettuale dei nostri Maestri, forse con altrettanti ideali e sicuramente con la stessa curiosità per scoprire il vero sogno nel cassetto.

PROGETTI PIÙ RAPPRESENTATIVI.

Un prodotto industriale ha una gestazione lunga e impegnativa, che coinvolge risorse, economiche ed umane. Ogni designer riversa sul progetto parte della propria vita e per questo, quando un prodotto esce nel mercato in realtà è come un figlio. Sono rimasto molto legato ad una installazione dedicata a Bruno Munari che per un’intera estate è rimasta esposta a Cortina: il Grande Albero di OldFloor. Un altro progetto che mi rimarrà impresso per sempre è stato il lavoro sull’identity di un Team di Formula uno, il Minardi F1 Team. Avevo 26 anni ed avevo appena iniziato questo mestiere. Certamente non ero consapevole della portata di questo progetto, ma quando guardavo il Gran Premio in Tv ero molto orgoglioso di vedere che la “mia” macchina era tra le 11 che gareggiavano nei circuiti di F1. Il recente scarpone da sci disegnato per K2-USA (Seattle) cui abbiamo ridotto il peso del 35% ed aumentato le vendite e per la bellezza e l’eleganza del suo design seguendo le feature richieste nel briefing e guadagnandosi be n6 premi internazionali, il trattore rasa-erba Tornado (Adi Index) che ha rivoluzionato la gamma di STIGA. Il “grande capo” disse che era il trattorino più sexy del brand e chiese di poter presentare un prototipo reale alla forza vendita entro 9 giorni. Il nostro lavoro (soprattutto in 3D) fu prezioso perché il giorno dopo si stava già stampando in 3D a dimostrazione del alto valore tecnico a cui eravamo arrivati. Nel frattempo abbiamo preso molti award che ci fanno capire che la direzione è buona: una selezione al Compasso d’Oro per lo Sport e i numerosi riconoscimenti (oltre venti) con prodotti diversi e committenti. Nel mondo della luce, stiamo portando avanti una bella esperienza con Zava Luce, di cui ci siamo occupati dal ritorno nelle scene del design con tutto l’impianto comunicativo e naturalmente con i prodotti di design iconici come la lampada Grown o come la lampada gioco Giacolù (premio German Design Award 2017). Tra gli ultimi progetti c’è Chef n’ Table, un nuovo sistema di pirofile sviluppato in collaborazione con lo chef stellato Vito Mollica per VIDIVI Vetri delle Venezie, ovvero una collezione di pirofile in vetro dal grande impatto scenografico. Un lavoro singolare, progettato plasmando il vetro industriale come fosse plastica in funzione del design e delle necessità dell’arte culinaria.

IL FUTURO DEL DESIGN: UN PENSIERO.

Il futuro che abbiamo di fronte dipende dalle nostre scelte quotidiane. Un designer però dovrebbe avere anche l’obbligo morale a dare il meglio per i destinatari di quell’idea. Ha un’arma come matita e deve saper assumersi questa responsabilità soprattutto quando progetta un prodotto che successivamente condizionerà il futuro delle aziende o le abitudini dei consumatori che lo acquisteranno. Ecco perché il design di oggi non è poi così diverso da quello dei grandi Maestri di un tempo: è pur sempre un’attitudine a fare le cose meglio. Forse questo pensiero è il miglior modo per festeggiare i cento anni del Bauhaus.

ABOUT DDN FREE _

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